Monthly Archives: maggio 2014

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Effetti del vento sulla climatizzazione

Gli effetti del vento sugli impianti per la climatizzazione degli edifici non possono essere ignorati in fase di progettazione di qualunque tipo di costruzione e degli impianti ad essa asserviti. Lo studio degli effetti del vento fa parte dell’analisi del sito, che deve essere svolta considerando l’interazione dell’edificio con l’ambiente che lo circonda ed in particolare l’effetto che gli edifici circostanti hanno nel modificare i flussi dell’aria nell’intorno.

L’azione del vento può avere conseguenze:

  • sulla prestazione delle macchine per la climatizzazione
  • sul comfort all’interno dell’edificio
  • sulla salubrità dell’aria interna

Per quanto riguarda le macchine, che siano torri di raffreddamento, gruppi frigoriferi, pompe di calore, roof top, i dati prestazionali vengono forniti dalle case costruttrici in condizioni standard. Le taglie di potenza medio-alta in genere presentano batterie su due lati. Se esposti al vento, uno dei due lati sarà soggetto alla pressione del vento mentre l’altro si troverà a pressione negativa. In presenza di vento costante di una certa intensità, ne risulta un forte sbilanciamento delle macchine che porta a scostamenti delle prestazioni da quelle standard e quindi a inefficienze. Pertanto in fase di analisi del sito è vantaggioso porre attenzione all’eventuale presenza di venti dominanti in modo da poter attuare contromisure adeguate. Alcune soluzioni possono essere:

  • Posizionare la macchina “di testa” rispetto alla direzione del vento dominante, in modo che i ventilatori non siano direttamente investiti dal flusso
  • Prevedere opportune barriere antivento

Inoltre è bene ricordare che l’effetto del vento che interagisce con gli edifici circostanti è quello di creare zone a pressione positiva e zone a pressione negativa. Si deve fare particolare attenzione al posizionamento di griglie di aerazione, camini, espulsioni e prese d’aria esterna degli impianti aeraulici, per evitare malfunzionamenti dei ventilatori e squilibri delle pressioni interne. Conseguenze di un errato posizionamento possono essere ad esempio un aumento della portata d’aria distribuita in certi locali o addirittura una reimmissione in ambiente di aria che dovrebbe essere espulsa. O anche la fuoriuscita di aria da locali che progettualmente dovrebbero risultare in depressione (pensiamo all’ambito ospedaliero).

Effetti del vento sugli edifici

Ancora peggiori possono essere le conseguenze del posizionamento di tali elementi in zone di ristagno soggette al rischio di concentrazione di inquinanti provenienti dai camini dell’edificio stesso. Ma anche in zone sottoposte al trasporto di inquinanti provenienti dall’ambiente circostante. Ciò non è banale, in quanto una situazione del genere può verificarsi sia che la superficie si trovi sottovento sia che si trovi sopravento. Le sostanze inquinanti infatti posso essere sia “spinte” dal vento, sia “risucchiate” dalla pressione negativa provocata dal vento. Ecco perchè lo studio dell’effetto del vento sulla climatizzazione andrebbe sempre analizzato nel contesto urbano in cui si trova l’edificio.


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Diagnosi energetica per gli edifici

Diagnosi energetica e certificazione energetica. Quali sono i punti di contatto e quali le differenze? La diagnosi energetica in generale ė definita dal D.Lgs. 115/08 come una procedura sistematica volta a:

  • fornire un’adeguata conoscenza del profilo di consumo energetico di un edificio o gruppo di edifici, di un’attività o impianto industriale o di servizi pubblici o privati;
  • individuare e quantificare le opportunità di risparmio energetico sotto il profilo costi-benefici;
  • riferire in merito ai risultati.

Per quanto riguarda in particolare gli edifici , il quadro normativo pone la diagnosi energetica come punto di partenza e strumento necessario alla certificazione energetica per individuare gli interventi di miglioramento dell’efficienza più indicati ed economicamente più vantaggiosi. In quest’ottica può essere vista come una componente del processo di certificazione energetica, ma in realtà la diagnosi energetica di un edificio è qualcosa di più. Si tratta di uno strumento molto potente se posto alla base di un processo serio e ragionato di riqualificazione energetica.

diagnosi energetica

Se infatti la certificazione energetica è un processo volto a fornire un documento che attesti la qualità di un sistema edificio-impianto e a dare una indicazione generale sui possibili miglioramenti, la diagnosi energetica, effettuata con la procedura A3 “tailored rating” (UNI TS 11300), si spinge oltre. Innanzitutto il sistema edificio-impianto è analizzato nelle condizioni di utilizzo reali e non in quelle standard; il che significa considerare:

  • le condizioni di clima reale invece di quelle standard di riferimento, ad esempio raccogliendo i dati storici dei gradi giorno degli anni precedenti
  • le condizioni di utilizzo reale, ovvero riferirsi alle abitudini degli occupanti riguardo alla gestione degli impianti, delle temperature interne, delle intermittenze.

Tutto questo permette di costruire un modello che può essere confrontato con i dati sui consumi energetici degli anni precedenti, evidenziando possibili “cattive abitudini di gestione” che possono portare a inefficienze. La correzione di questi errori porta già di per sé a un beneficio economico. Inoltre, scopo della diagnosi è quello di individuare modalità con cui ridurre il fabbisogno energetico e valutare i possibili interventi sotto il profilo costi-benefici. La fattibilità non è valutata solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello economico. Gli interventi analizzati sono a diverso livello di impatto e spesso possono essere consequenziali. In sostanza, la diagnosi energetica definisce una vera e propria strategia per il miglioramento dell’efficienza energetica che può essere messa in atto anche in fasi differenti nel corso degli anni.

Si tratta chiaramente di un’attività onerosa, ma una diagnosi di qualità é uno strumento potente per chiunque sia interessato al miglioramento e al risparmio (energetico ed economico) di un edificio.


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Energy community, futuro dell’innovazione energetica

energy community

La diffusione delle “Energy Community” sarà la tendenza dei prossimi anni anche per l’Italia, sulla scia delle esperienze di altri Paesi europei, primi fra tutti Germania, Danimarca e Gran Bretagna. A stabilirlo è uno studio effettuato da The European House – Ambrosetti e Politecnico di Milano e promosso da GDF SUEZ, secondo il quale nel 2020 ne saranno presenti almeno 475.000 sul territorio nazionale. A spiegare cosa sia una “Energy Community” ha provveduto lo stesso studio, che la definisce come una “Comunità di utenze (private, pubbliche o miste) localizzate in una derminata area di riferimento in cui gli utilizzatori finali (cittadini, imprese, Pubblica amministrazione), attori di mercato (utilities), progettisti, politici, cooperano attivamente per sviluppare livelli elevati di fornitura “intelligente” di energia, favorendo l’ottimizzazione dell’utilizzo delle fonti rinnovabili e dell’innovazione tecnologica nella generazione distribuita e abilitando l’applicazione di misure di efficienza, al fine di ottenere benecifi sulla economicità, sostenibilità e sicurezza energetica”. (Energy Community: Implicazioni strategiche per il Sistema Italia – Paolo Borzatta)

Si tratta di una definizione molto ampia che coinvolge una vastissima platea di soggetti in un processo di stretta collaborazione che può nascere sia dall’esigenza di un gruppo di utilizzatori finali sia dalla spinta delle utilities. La comunità può essere composta da diversi tipi di soggetti – gruppi di cittadini, complessi condominiali, raggruppamenti di imprese, centri commerciali, enti ospedalieri – che scelgono di aggregarsi per gestire l’energia in maniera autonoma, ottimizzando sia la fase di apprivvigionamento e di produzione, sia quella del consumo. L’intento è quello di perseguire il duplice obiettivo di:

  1. Ridurre e ottimizzare i costi legati all’energia
  2. Rendersi il più possibile indipendenti dalla rete

I canali principali attraverso i quali si realizzerà la diffusione su larga scala della Energy Community sono quelli su cui sta già puntando la politica energetica, ovvero:

  • Sviluppo e diffusione delle energie rinnovabili
  • Generazione distribuita
  • Sviluppo delle tecnologie dei sistemi di accumulo, innescato anche dalla crisi del fotovoltaico
  • Risparmio energetico nell‘innovazione tecnologica
  • Riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente

A proposito di quest’ultimo punto, risulta naturale pensare che un possibile sviluppo delle Energy Community sia quello di potersi proporre come gruppo d’acquisto, oltre che di approvvigionamenti energetici, anche di servizi di consulenza e di ristrutturazioni edilizie; di potersi quindi proporre come nuovo soggetto interlocutore, privilegiato e qualificato, nei confronti di istituzioni, enti, pubbliche amministrazioni, imprese, banche, assicurazioni.

Infine non bisogna dimenticare che i vantaggi di questi sviluppi non ricadranno solamente sugli utenti. I dati che emergono dallo studio dicono infatti che con uno scenario di diffusione del 5% si avrebbe un contributo di circa il 10% al raggiungimento degli obiettivi di risparmio energetico previsto per il 2020 dalla Strategia energetica nazionale rispetto a uno scenario tendenziale (1,6 su 15 Mtep). Tale contributo salirebbe quasi al 30% con uno scenario di diffusione del 15%. I benefici ambientali consistono nell’abbattimento delle emissioni di CO2 di 11 milioni di tonnellate l’anno (nel caso di diffusione al 15%), che corrispondono ad un risparmio di 74,8 milioni di euro l’anno. Ultimo ma non meno importante è il beneficio strutturale sulla rete di distribuzione dell’energia elettrica, grazie alla riduzione dei picchi di assorbimento nelle ore diurne.

C’è dunque da augurarsi che il potenziale di diffusione delle Energy Community in Italia sia davvero il più elevato possibile e di poter tornare presto a parlare di qualche caso reale nel nostro Paese.